Nelle principali aziende italiane, il nome “Carlo” ha un peso particolare. Un’analisi di Sky TG24 del 2020 ha rivelato un dato sorprendente: tra le 100 imprese quotate a Piazza Affari, ci sono lo stesso numero di amministratori delegati (CEO) con il nome di battesimo Carlo quante sono le donne che ricoprono questo ruolo. Solo sette, a fronte di un nome maschile molto comune, ma che rappresenta un simbolo del gender gap ancora esistente nei vertici aziendali del paese.
Un fenomeno non isolato
Questa statistica mette in luce una realtà sconfortante: le donne continuano a essere gravemente sottorappresentate nelle posizioni di vertice, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni. A livello internazionale, fenomeni simili sono stati osservati in altri paesi: in Australia, ad esempio, ci sono più amministratori delegati di nome Peter che donne CEO, mentre negli Stati Uniti il nome ricorrente è John. Questi dati suggeriscono che, sebbene vi siano stati miglioramenti, il problema della parità di genere nei ruoli dirigenziali è ben lungi dall’essere risolto.
La situazione in Italia: un quadro preoccupante
In Italia, il divario di genere a livello dirigenziale è evidente. Se si considerano le prime 50 aziende per capitalizzazione a Piazza Affari, la situazione è ancora più grave: solo due donne ricoprono il ruolo di amministratore delegato, pari a un misero 4%. Questa sottorappresentazione persiste nonostante il numero crescente di donne nei consigli di amministrazione, grazie alla legge “Golfo-Mosca” del 2011. Tale normativa impone alle imprese quotate di riservare almeno un terzo dei posti nei consigli di amministrazione al genere meno rappresentato, portando la presenza femminile dall’8% del 2008 al 36% del 2018.
Un paradosso di istruzione e leadership
Il dato diventa ancora più paradossale se si considera che, in termini di istruzione, le donne superano gli uomini. Secondo Eurostat, in Italia il 20,1% delle donne ha una laurea, contro il 14,7% degli uomini. Questo dato evidenzia come il livello di istruzione non sia sufficiente a garantire un accesso equo alle posizioni di vertice. Sembrerebbe che, più del titolo di studio, oggi conti ancora chiamarsi Carlo.
Conclusioni: cosa resta da fare?
Nonostante i progressi compiuti grazie a interventi legislativi e all’aumento della consapevolezza sociale, la strada verso la parità di genere nei ruoli apicali delle aziende è ancora lunga. Le iniziative per promuovere l’inclusione femminile devono essere rafforzate, e occorre promuovere una cultura aziendale che valorizzi il talento senza distinzione di genere. Solo in questo modo si potrà arrivare a un futuro in cui, finalmente, il nome di battesimo non sarà un indicatore di successo, ma semplicemente un dato anagrafico.
Fonte: Sky Tg24


